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N.1 2020
Editoriale

Emergenze sanitarie e impatto sulla sanità pubblica: cosa ci insegna l’epidemia di Covid-19

Giuseppe Ippolito1, Salvatore Curiale2
1 Direttore scientifico, INMI “Lazzaro Spallanzani”, Roma; 2 Science communicator, INMI “Lazzaro Spallanzani”, Roma

 

Coronavirus: il focolaio di Wuhan e i numeri dell’epidemia

Lo scorso 31 dicembre 2019 le autorità sanitarie cinesi segnalano all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la presenza di un focolaio di sindrome febbrile, associata a polmonite di origine sconosciuta, tra gli abitanti di Wuhan, città di circa 11 milioni di abitanti situata nella provincia di Hubei, nella Cina centro-meridionale. In pochi giorni viene individuato il responsabile dell’infezione: si tratta di un nuovo betacoronavirus, denominato SARS-CoV-2, ad indicare la similarità con il virus della SARS, che nel 2002-2003 causò una epidemia globale con 8.096 casi confermati e 774 decessi.
Nonostante le imponenti misure di sanità pubblica adottate dal governo cinese, che ha di fatto messo in quarantena l’intera regione dello Hubei con i circa 60 milioni di persone che la abitano, i numeri dell’epidemia, alla data attuale (25 febbraio), sono importanti: oltre 80.000 casi di contagio, circa 2.700 decessi, concentrati in Cina e soprattutto nella provincia dello Hubei, dalla quale ha avuto origine l’infezione e nella quale si contano l’80% dei casi e il 95% degli esiti fatali.

Coronavirus in Italia: misure di salute pubblica

L’Italia si è mossa molto rapidamente per contenere i rischi di salute pubblica connessi all’epidemia.
Il Ministero della Salute già il 22 gennaio aveva istituito una task force, attiva 24 ore su 24, con il compito di coordinare tutte le attività di salute pubblica in relazione all’epidemia e di raccordarle con le istituzioni internazionali, in special modo l’OMS e l’Agenzia europea per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC).
Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza il 31 gennaio, affidando ad Angelo Borrelli, Capo del Dipartimento della Protezione Civile, il ruolo di coordinatore degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza sul territorio nazionale.
Sono stati interrotti i collegamenti aerei diretti da e per la Cina, implementate misure di controllo nei porti e negli aeroporti, tra cui l’installazione di termoscanner per il rilevamento della temperatura dei viaggiatori in arrivo.
È stato potenziato il sistema di sorveglianza e segnalazione e definito il protocollo per la gestione dei casi sospetti. Ma nonostante le misure adottate, tra il 20 e il 22 febbraio è giunta la conferma che il virus circola nel nostro Paese ed ha innescato almeno due catene di trasmissione locale, in Lombardia e nel Veneto, che hanno richiesto, il 23 febbraio, l’adozione di ulteriori misure straordinarie, incluso il divieto di allontanamento e di ingresso nelle aree interessate, la chiusura delle attività commerciali, il divieto di svolgimento di attività culturali, sportive e ricreative, la chiusura delle scuole, ed altre misure analoghe.
È stato inoltre disposto l’obbligo di quarantena per gli individui che abbiano avuto contatti stretti con casi confermati di malattia, e l’obbligo di permanenza domiciliare fiduciaria per gli individui che hanno fatto ingresso in Italia da zone che l'OMS considera a rischio epidemiologico.
Al momento in cui chiudiamo questo articolo (25 febbraio) i casi positivi confermati sono 283, sette i decessi; ovviamente non è possibile sapere come evolverà questa epidemia, ma possiamo sin d’ora fissare qualche punto per quanto riguarda il suo impatto sulla salute pubblica.

La preparedness della comunità scientifica internazionale

Una prima considerazione da fare è che molta strada è stata percorsa a livello di preparedness per le epidemie a potenziale pandemico, ma molta ancora ne resta da fare.
La SARS nel 2003, la MERS nel 2012, Ebola nel 2014 e nel 2018-19, attirarono su Cina, Arabia Saudita e sulla stessa OMS pesanti critiche per aver agito con troppa lentezza.
Per questa epidemia invece la reazione globale è stata rapida e ben coordinata, e il livello di comunicazione e di collaborazione tra scienziati, ricercatori ed epidemiologi, nonché tra le agenzie sanitarie e di finanziamento pubbliche, non ha precedenti rispetto alle epidemie del passato.
Il livello di risposta e di collaborazione nella comunità scientifica internazionale è senza precedenti nella storia della scienza, e lascia ben sperare per un futuro nel quale ci possa essere lo stesso livello di condivisione e di impegno nell’affrontare le grandi sfide dell’umanità, non necessariamente quelle sanitarie: pensiamo per esempio ai cambiamenti climatici.

La salute è un valore universale, la risposta deve essere globale

Una seconda considerazione è che nessuno si salva da solo.
È vero che nel mondo globalizzato di oggi, dove le persone e le merci si muovono rapidamente da un continente all’altro, le pandemie possono diffondersi più facilmente; ma è altrettanto vero che la chiusura ermetica dei confini è una operazione impossibile, oltre che antistorica ed antieconomica. Le malattie, specie quelle infettive, non le fermi con le guardie di frontiera, virus e batteri non hanno bisogno di passaporti per spostarsi da un continente all’altro.
La salute è un valore universale, e la risposta alle emergenze, specie quelle che travalicano i confini, non può che essere globale.
Se l’Istituto Spallanzani è riuscito, a sole 48 ore dalla diagnosi di positività dei primi due pazienti, ad isolare il nuovo virus, è perché fa parte di un network internazionale, è perché i suoi ricercatori partecipano a progetti di ricerca transnazionali ed alle task force che intervengono in tutto il mondo, in Africa soprattutto, quando si manifestano epidemie che ci sembrano lontanissime e che invece possono presentarsi alle nostre porte: è successo con Ebola, è successo con Chikungunya, sta avvenendo con il coronavirus, succederà sicuramente ancora in futuro.

Il ruolo dell’informazione tra rischio effettivo e rischio percepito

Un terzo punto che va sottolineato riguarda il ruolo dell’informazione.
Comportamenti dettati da una percezione distorta dei rischi effettivi possono portare all’ansia o addirittura al panico, mettendo in crisi anche sistemi sanitari importanti come il nostro.
Da sempre le epidemie toccano gli strati profondi dell’immaginario umano, mettendo in crisi i legami sociali e scatenando paure ancestrali, e anche questa non fa eccezione, salvo il fatto che oggi gli strumenti di condivisione, rilancio e moltiplicazione dei messaggi informativi sono incomparabilmente più potenti che in passato.
Alla emergenza sanitaria si è sommata così l’emergenza informativa, alla epidemia si è affiancata l’infodemia, con l’accavallarsi di notizie, spesso provenienti da fonti non verificate, per di più amplificate e rilanciate dai social media, che finiscono col generare ansia e comportamenti eccessivi.
Il risultato è che il rischio percepito finisce con l’essere di gran lunga superiore al rischio effettivo.
Cosa fare allora?
Occorrerebbe dare più spazio sui media a chi è realmente competente sulla materia, tralasciando i tanti esperti da social media che vantano più follower che pubblicazioni scientifiche; dovrebbero essere chiare le priorità informative, per far capire realmente all’opinione pubblica l’andamento dell’epidemia e le possibili evoluzioni, silenziando il più possibile i rumori di fondo e le notizie irrilevanti.
Se c’è una lezione da assimilare da questa nuova epidemia, forse è proprio questa: la gestione dell’informazione deve essere considerata a pieno titolo parte integrante della strategia complessiva di risposta alle emergenze.

Oltre l’emergenza, spunti di riflessione per la gestione della salute pubblica

E per concludere, gli eventi delle ultime settimane pongono un tema serio di gestione della salute pubblica, che andrà valutato a mente fredda, senza strumentalizzazioni politiche, quando l’emergenza sarà conclusa.
In casi come questo è utile avere tanti centri decisionali quanti sono i sistemi sanitari regionali?
O non è meglio forse affidare la risposta ad una cabina di regia unica nazionale?
Il modello della Protezione Civile, che così bene funziona in caso di terremoti e calamità naturali, è certamente un buon punto di partenza, ma va implementato e supportato in maniera strutturale con le competenze mediche e soprattutto epidemiologiche che sono cruciali quando, come sta avvenendo in questi giorni, si devono riscostruire le catene di contagio e sulla base di esse occorre prendere decisioni pesanti come la quarantena di interi comuni, la chiusura di scuole e università, la sospensione delle attività commerciali e degli assembramenti pubblici: non può esistere una specificità locale nella risposta ad un evento pandemico, che non si ferma certo di fronte ad un confine politico o amministrativo.

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