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N.1 2020
Editoriale

Fast track cities in Italia, un anno dopo

Franco Maggiolo
US di Terapia Antivirale, ASST Papa Giovanni XXIII, Bergamo

 

Il progetto Fast track cities è una iniziativa globale che si basa sulla libera scelta di alcune aree metropolitane di impegnarsi a combattere in modo più efficace e mirato l’infezione da HIV. Il primo obiettivo dell’iniziativa Fast track cities è quello di raggiungere il goal 90-90-90 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fast track si concentra, però, anche su altri obiettivi come l’eradicazione dell’infezione da HCV, la lotta alla tubercolosi e il raggiungimento del quarto 90, cioè l’abbattimento della discriminazione e dello stigma.

Gli interventi a livello locale

La scelta di concentrare l’attenzione sulle aeree metropolitane deriva da due attori fondamentali. Il primo è la consapevolezza che le città rimangono il focus primario di diffusione dell’HIV; il secondo si basa sul presupposto che programmi locali di eradicazione seppur in aree ristrette possono risultare incisivi perché permettono di modulare gli interventi per rispondere in modo preciso alle esigenze e peculiarità locali. Non esiste, quindi, un modello Fast track, ma piuttosto una serie di declinazioni mirate degli interventi localmente più rilevanti ed idonei ad ottenere gli obbiettivi comuni.
Ogni Fast track city sceglie la sua strada, ma può naturalmente prendere spunto dai suggerimenti e dagli esempi di altre realtà metropolitane della rete.

Circa un anno fa Milano e dopo poco Bergamo hanno aderito all’iniziativa. In quest’anno il campo delle città italiane si è allargato con l’adesione di Palermo e, successivamente, di Firenze. Altre città hanno intrapreso il percorso per aderire all’iniziativa e, per quanto a mia conoscenza, Brescia, Genova, Foggia e Padova sono già attivamente impegnate su questa strada.

Perché percorso o strada? Perché aderire alla Fast track cities initiative non è un punto di arrivo, la firma da parte del Sindaco della dichiarazione
di Parigi non è una certificazione di eccellenza, ma piuttosto la sottoscrizione di un impegno formale ad adoperarsi perché le cose evolvano in senso positivo, perché l’impegno di tutti gli attori locali, Amministrazione, Enti sanitari e terzo settore, converga in modo unisono sugli obiettivi di fondo.

È nel momento della firma che inizia il lavoro vero e proprio. Poiché gli interventi devono rispondere alle realtà delle diverse città, il lavoro ed i percorsi possono essere molto diversi tra loro. Milano ha concentrato molte forze e risorse sul check-point che in una grande metropoli è sicuramente un presidio fondamentale, basti pensare all’esperienza di Dean Street a Londra.

A Milano sono stati eseguiti più di 1.200 test gratuiti ed anonimi per HIV individuando 14 persone sieropositive (1.1%). Sempre Milano ha gestito 139 persone che hanno richiesto la PrEP (Tabella 1).

Bergamo, che ha una realtà più provinciale, accanto all’organizzazione di un check-point cittadino (operativo da febbraio), ha portato il test in diverse realtà cittadine sia alla popolazione generale sia in particolari contesti (Università, centri sociali, saune e locali gay) che in specifiche situazioni di disagio (tossicodipendenti, sex workers). Entrambe le città hanno inoltre pensato all’informazione ed alla comunicazione, in occasioni congressuali o conviviali (AIDS running in Music) a Milano o allestendo un sito specifico (www.friendlyTest.it), con un progetto che sta coinvolgendo più di 3.000 studenti delle scuole superiori in tutta la Provincia di Bergamo. I progetti di Palermo e Firenze sono ancora in fase preliminare avendo aderito un paio di mesi fa.

Ad un anno dalla firma, è già tempo di fare le prime valutazioni. La prima stima fondamentale è come si stanno affrontando i goal 90-90-90 dell’OMS.

In Italia, a questo riguardo, uno dei problemi fondamentali è sempre stato l’emersione del sommerso. A tal proposito dispongo solo dei dati forniti dall’osservatorio di Bergamo: a tutto il 2019, il tasso di soggetti non diagnosticati è sceso al 6,25%, mentre era il 7,9 l’anno precedente e superava il 15% 10 anni prima (linea verde di Figura 1).

Un bilancio positivo

In termini numerici e sanitari sono solo i primi passi lungo questa strada, più in generale tuttavia il valore aggiunto dell’iniziativa è avere creato sinergie tra la volontà di agire, favorendo l’interazione tra le diverse comunità attive nel sociale, la loro voglia di collaborare anche al disopra delle diversità che mi porta a considerare positivamente al di là dei numeri l’esperienza di questo primo anno.

Auguro a tutte le altre città una esperienza altrettanto proficua.

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