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Trimestrale di aggiornamento medico
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N.4 2020
Editoriali

Il premio Nobel 2020 per la medicina onora la scoperta del virus dell’epatite C

Mario Rizzetto Professore Onorario di Gastroenterologia, Università di Torino

 

ll premio Nobel viene attribuito a personalità che si sono distinte nei diversi campi dello scibile, apportando «i maggiori benefici all’umanità» con le loro scoperte. La finalità dell’onoreficenza per la medicina non poteva essere meglio centrata nell’attribuzione dell’edizione 2020 a Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice per la scoperta del virus dell’epatite C (HCV), il cui beneficio ricade su milioni di persone al mondo. La loro ricerca ha determinato la disponibilità di test sensibili per l’identificazione dell’HCV nel sangue, che hanno portato all’eliminazione dell’epatite post-trasfusionale, ed ha permesso lo sviluppo di valide terapie antivirali, che stanno riportando in salute i pazienti con epatite cronica C. Il premio celebra anche l’epilogo della ricerca sull’epatite virale iniziata negli anni 1960; prima d’allora la malattia era un male oscuro di eziologia infettiva solo sospettata.

La saga comincia nel 1966 con la scoperta da parte di Baruch S. Blumberg dell’Antigene Australia, che fornisce la chiave d’entrata ai segreti delle malattie epatiche da virus e porterà in pochi anni al riconoscimento del virus dell’epatite B (HBV). È significativo che il lavoro originale del 1966 sia firmato, oltre che dal dr. Blumberg, anche dal giovane dr. Alter che già allora dimostrava vocazione per ricerche importanti meritevoli del premio Nobel (Blumberg, Alter, Visnich. A “new” antigen in leukemia sera. JAMA 1965; 191:541-6).

Ed è Harvey Alter il primo ad entrare nella scena dell ’HCV. La scoperta dell’HBV aveva solo parzialmente risolto il problema dell’epatite post-trasfusionale; permaneva una seconda forma trasmissibile col sangue, la cosiddetta epatite non A/non B, a sottolineare col suo nome che non era dovuta nè all’HBV nè al virus dell’epatite A nel frattempo scoperto. Alter condusse alla fine degli anni ‘70 ricerche negli scimpanzè in cui confermò la natura virale della malattia e ne definì le modalità di trasmissione, dedicando il decennio successivo a studiare vari tentativi “surrogati” per ridurne la trasmissione e delinearne l’epidemiologia.

Nel frattempo curava la certosina raccolta del siero di pazienti con epatite non A/non B. Il mitico panel di sieri di Alter, ottenuti prima, durante e dopo l ’infezione virale forniva il banco di prova per tutti coloro che reclamavano d’avere scoperto l’HCV. Per anni il panel è stato una spada di Damocle che ha smentito ogni pretesa di scoperta del virus, ingenerando involontaria frustrazione per l’impotenza della ricerca tradizionale.

Ma alla fine degli anni 80 è apparso Michael Houghton: aveva solo 40 anni ma era già un consumato virologo; aveva la mano d ’oro nella biologia molecolare ed era stato, fra l’altro, il primo a clonare il genoma ad RNA del virus dell’epatite delta nel 1986.

La sua audacia fu proporre alla Ditta Biotecnologica Chiron un inusitato e costoso progetto di immunoscreening d ’applicabilità generale alle malattie infettive, la sua fortuna che il progetto venne approvato e sponsorizzato, il suo merito che il progetto funzionò.

Dall’estenuante analisi di varie migliaia di cloni del materiale genetico contenuto in un siero che aveva trasmesso l’epatite non A/non B, Houghton e collaboratori identificarono nel 1989 un clone che aveva le caratteristiche di un nuovo genoma ad RNA ed era invero l’HCV; la sua traslazione in una proteina di 3000 aminoacidi corrispondente all’antigene C 100-3 del virus, permise l’allestimento di un prototipo sierologico per l’identificazione dell’anticorpo contro l’HCV, che per la prima volta non fallì ma centrò correttamente il codice Alter.

La scoperta ha suscitato la dedizione scientifica di tutto il mondo epatologico portando rapidamente alla caratterizzazione del virus, al riconoscimento del suo ruolo clinico non solo in patologia epatica ma anche in patologie extraepatiche, ed alla ricerca di una terapia, in stallo fino al 2013 per la disponibilità del solo interferone ma divenuta da allora clamorosamente efficace con lo sviluppo di sofosbuvir.

Charles Rice subentra nell ’ultima fase, quella di conferma della patogenesi dell’HCV. Malgrado il lavoro di Alter ed Houghton avesse stabilito un legame fra l’epatite non A/ non B e l’epatite C, l’HCV era davvero l’unica causa della malattia? Per dimostrare un rapporto di causalità era necessario isolare il virus e dimostrarne la capacità di riprodurre le caratteristiche cliniche dell’epatite C. Tentativi di infettare gli scimpanzè con cloni purificati del virus non avevano dato esito positivo, dunque v’era il dubbio che HCV non agisse da solo. Rice identifica una parte del genoma virale che sembra cruciale al processo infettivo ma è molto mutevole. Sospetta che la variabilità genetica sia il motivo che impedisce l’infezione sperimentale e riesce ad eliminarla con metodiche di ingegneria genetica; il virus stabilizzato diviene da solo capace di infettare gli scimpanzè!

Il successo delle ricerche di Alter, Houghton e Rice ha permesso per la prima volta nella storia della medicina di curare completamente una malattia cronica come l ’epatite C, che colpisce almeno 150 milioni di persone al mondo. Il problema ora da affrontare, e da risolvere, è come far arrivare la terapia a tutti coloro che possono e devono guarire dalla malattia. Contrariamente all’HIV, trasmesso con le stesse modalità dell’HCV, che ha subito trovato una lobby vocifera ed impegnata, l’impegno generale per l’epatite C è rimasto a lungo sommesso, forse perchè stigmatizzato dalla prevalenza della malattia soprattutto nei consumatori di sostanze.

L ’attitudine sta cambiando. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha formulato nel 2016 una strategia per l’eliminazione dell’epatite virale entro il 2030. Per quanto riguarda l’epatite C, Alter, Houghton e Rice hanno fornito gli strumenti più adeguati per raggiungere questo obiettivo.

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