Nei pazienti pediatrici, l’infezione acuta da SARS-CoV-2 decorre generalmente in maniera asintomatica o paucisintomatica, con risoluzione dei sintomi entro pochi giorni (1). Il tasso di ospedalizzazione si attesta attorno allo 0,1-2% e la mortalità è inferiore allo 0,05% (2). Studi condotti inizialmente sulla popolazione adulta e successivamente replicati in età pediatrica hanno, però, osservato la persistenza di sintomi dopo la fase acuta dell’infezione in un numero crescente di bambini e adolescenti.
Le manifestazioni cliniche a lungo termine sono ampiamente variabili e possono coinvolgere la salute mentale, gli apparati respiratorio, cardiovascolare, renale e neurologico. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito il long COVID come una condizione clinica che si verifica in pazienti con una storia di infezione da SARS-CoV-2 probabile o confermata, solitamente tre mesi dopo la fase acuta dell’infezione e che persiste per almeno due mesi in assenza di spiegazioni diagnostiche alternative.
I sintomi possono essere di nuova insorgenza dopo un periodo di benessere o persistere dalla fase acuta dell’infezione e presentarsi con andamento continuo, fluttuante o recidivante (3). Tale definizione è stata confermata per la popolazione pediatrica dal recente documento di consenso inter-societario redatto dalle principali società scientifiche italiane di pediatria (SIP, SIMRI, SIAIP, SITIP, SIMEUP e SIPPS), in cui si definisce long COVID una condizione clinica che insorge solitamente a distanza di tre mesi dall’infezione da SARS-CoV-2 e che si protrae per almeno due mesi (4).
Le evidenze specifiche sul long COVID in età pediatrica sono scarse e spesso presentano limitazioni significative (5). La prevalenza osservata dagli studi pediatrici varia dal 4% al 66% dei pazienti con pregressa infezione (6,7).
Oltre 100 sintomi diversi sono stati associati al long COVID in età pediatrica e questa ampia variabilità clinica limita la specificità diagnostica (8). La maggior parte degli studi condotti con gruppi di controllo ha dimostrato l’esistenza del long COVID in bambini e adolescenti; tuttavia, recenti metanalisi non hanno riscontrato differenze significative della prevalenza di alcuni sintomi tra soggetti pediatrici con pregressa infezione e controlli sani (8).
Come raccomandato dalle linee guida britanniche e dal documento di consenso delle società pediatriche italiane, è necessario identificare le manifestazioni cliniche più tipiche del long COVID in età pediatrica ed escludere condizioni patologiche diverse o preesistenti (4,5).
Pertanto, la valutazione clinica andrebbe condotta dal pediatra o medico curante che conosce meglio la storia clinica del paziente, alla fine della fase acuta e a 3 mesi dalla diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 (4).
Il long COVID va sospettato soprattutto nei bambini e negli adolescenti che lamentano cefalea, astenia, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, addominalgia, mialgie, artralgie, epigastralgia, alvo diarroico, palpitazioni e orticaria persistenti (4,5). Alcuni dei sintomi tipicamente osservati nella popolazione adulta, come dispnea, tosse persistente e angina, sono, invece, meno frequenti in età pediatrica (5).
L’assenteismo scolastico, la ridotta partecipazione ad attività ludiche e sportive e la comparsa di difficoltà in attività didattiche rappresentano ulteriori elementi per guidare la diagnosi (5).
Manifestazioni cliniche a lungo termine possono essere riferite anche da pazienti con pregressa infezione asintomatica e il principale fattore di rischio è l’età superiore ai 6 anni, probabilmente per la prevalenza di sintomi cognitivi difficilmente diagnosticabili in età prescolare (9).
I dati preliminari di uno studio prospettico longitudinale attualmente condotto in 14 centri italiani su oltre 800 pazienti in età pediatrica con precedente infezione da SARS-CoV-2 evidenziano che circa il 17% presenta sintomi compatibili con long COVID.
I sintomi più frequentemente descritti sono cefalea (17%) e astenia (17%), seguiti da congestione nasale (15%), inappetenza (10%), tosse persistente (8%), addominalgia (6%), deficit di concentrazione (5,2%) e manifestazioni cutanee (4,9%). L’insonnia (9%), invece, sembra essere la manifestazione clinica che persiste più a lungo (Tabella 1).
Meno del 2% dei pazienti arruolati ha necessitato di ricovero durante la fase acuta dell’infezione da SARS-CoV-2 e nel 15% dei casi l'infezione acuta è stata asintomatica. A distanza di tre mesi dalla positività di SARS-CoV-2, il 17,6% dei pazienti arruolati ha manifestato almeno uno dei sintomi compatibili con il quadro di long COVID, il 16,4% due sintomi e il 12% tre sintomi. La gravità dei sintomi è risultata variabile: la congestione nasale, lo scarso appetito e le eruzioni cutanee si manifestano generalmente in maniera lieve; disturbi del sonno, cefalea e ridotto livello di concentrazione sono, invece, spesso riferiti in forma moderata-grave.
La gestione dei casi di long COVID dovrebbe essere multidisciplinare in base alla sintomatologia riscontrata, includendo un adeguato supporto psicologico o neuropsichiatrico (4,5).
Nella maggior parte dei casi pediatrici la prognosi risulta buona e i sintomi vanno incontro a risoluzione spontanea, sebbene i tempi di guarigione siano ancora controversi. Le valutazioni iniziali devono indagare con un’accurata anamnesi e un attento esame obiettivo la presenza di sintomi compatibili e permettono di inviare il paziente ad ulteriori accertamenti qualora necessario (Figura 1).
Di recente, è stato osservato che in una coorte di pazienti pediatrici con long COVID meno del 10% dei casi ha necessitato di approfondimenti clinici o strumentali e, di questi, circa il 45% sono risultati significativi (7).
I principali sintomi persistenti riguardano la salute mentale e la sfera emotiva. Sebbene alcune di queste manifestazioni possano essere causate dallo stress conseguente alle restrizioni sociali piuttosto che dall’infezione stessa, come dimostrato dall’aumento dei casi di depressione maggiore e disturbi di ansia nella popolazione di età pediatrica, il supporto psicologico resta un elemento cardine (4,10). Il sostegno da parte dei genitori e la ripresa delle normali attività quotidiane rappresentano i primi approcci terapeutici (4).
I principali approfondimenti strumentali suggeriti in caso di sintomi respiratori con sospetto coinvolgimento organico includono i test di funzionalità polmonare, l’elettrocardiogramma basale e il test da sforzo cardio-polmonare (5,9). Esami ematochimici e radiologici possono essere considerati su indicazione specialistica.
Il long COVID è un problema concreto non solo nella popolazione adulta ma anche nei bambini e negli adolescenti. È opportuno non sottovalutare i sintomi persistenti perché possono causare grande disagio con limitazione della qualità di vita.
Sono necessari ulteriori studi per definire più precisamente il quadro clinico associato al long COVID e identificarne i criteri diagnostici, per definire percorsi terapeutici e riabilitativi multidisciplinari standardizzati e programmare un adeguato follow-up. Tali conclusioni sottolineano l’importanza della campagna vaccinale contro SARS-CoV-2 nella popolazione pediatrica al fine di evitare le complicanze del COVID-19 a breve e lungo termine anche in caso di infezione acuta non grave.