A differenza delle meningiti acquisite in comunità, le meningiti e ventricoliti infettive conseguenti a procedure neurochirurgiche sono da considerarsi correlate all’assistenza. Queste infezioni sono prevalentemente associate a dispositivi posizionati, nella loro componente prossimale, nel sistema nervoso centrale (SNC) quali: derivazioni (shunts) liquorali (ventricolo-peritoneali [DVPe], ventricolo-pleuriche [DVPl], ventricolo-atriali [DVAt]), drenaggi liquorali esterni (ventricolari [DVE] o lombari [DLE]), stimolatori cerebrali profondi (DBS, deep brain stimulators), pompe di infusione intratecale.
La frequenza delle meningiti e ventricoliti postneurochirurgiche varia dal 5-15% nelle forme associate a shunts, a 0-22% per i DVE, 5% per i DLE, 0.6-14.3% nel caso dei DBS, 3.6% nelle pompe infusionali sottofasciali e 20% per quelle sottocutanee (1).
Le principali modalità di infezione, che si verificano con frequenza relativa diversa in base al device coinvolto, sono le seguenti (1):
L’eziologia delle meningiti e ventricoliti postneurochirurgiche è rappresentata prevalentemente da batteri Gram-positivi colonizzanti la cute, in particolare stafilococchi coagulasi-negativi, C.acnes, S.aureus e difteroidi, e raramente da bacilli Gram-negativi (inclusa P. aeruginosa), anaerobi e Candida spp (1). Più frequentemente, le infezioni si manifestano entro le prime 3-4 settimane dopo la procedura neurochirurgica e in tal caso sono spesso sostenute da patogeni ospedalieri multifarmacoresistenti (MDR) (1). Questa review sintetizza i concetti chiave per un corretto approccio terapeutico di tali patologie, rimandando a fonti più estese (1) la trattazione di altri aspetti come la diagnosi e la prevenzione. La grande complessità di queste infezioni rende indispensabile per la loro corretta gestione una stretta collaborazione tra neurochirurgo, infettivologo, microbiologo e farmacologo clinico.
Nelle infezioni associate a device, questo dovrebbe essere completamente rimosso ogni qualvolta sia possibile. Infatti, in caso contrario, le probabilità di fallimento e recidive a seguito della sola terapia antimicrobica sono molto più elevate in ragione della scarsa attività dei farmaci nei confronti del biofilm che invariabilmente si forma sul device (1). Nel caso di shunt, ove non sia possibile un periodo “libero” da qualsiasi dispositivo dopo la sua rimozione, è necessario il posizionamento di un drenaggio esterno sino alla sterilizzazione del LCR e l’impianto di un nuovo shunt (1,4). In una recente coorte di 86 episodi di infezione di DVP, all’analisi multivariata, l’unico fattore associato al fallimento terapeutico era la ritenzione dello shunt, con un OR pari a 46 (95% CI 5.3-399.8); inoltre, i fallimenti erano molto più frequenti nella sostituzione dello shunt infetto nella stessa seduta operatoria, rispetto alla sostituzione in due tempi (68 vs. 11%; OR 17.88, 95% CI 4.3-73.8) (2).
Il reimpianto del dispositivo può avvenire 7-10 gg dopo la negatività delle colture del LCR (1).
Per infezioni circoscritte di DBS, può intentarsi una rimozione parziale del device (stimolatore ed estensioni) con ritenzione degli elettrodi e loro protezione mediante cateteri antibiotati, seguita, in caso di fallimento, da rimozione dell’intero hardware (3).
Mancano adeguati trials randomizzati che definiscano il trattamento ottimale delle meningiti e ventricoliti postneurochirurgiche.
Per le notevoli difficoltà di cura di tali infezioni ed il rischio elevato di batteri MDR, è imperativo, prima della somministrazione di antimicrobici, ogni sforzo possibile volto all’identificazione del patogeno responsabile e della sua sensibilità ai farmaci, al fine di consentire una scelta mirata degli antimicrobici.
Approccio empirico
Qualora, nelle more dell’ottenimento dell’esito delle indagini microbiologiche, sia necessario avviare una terapia empirica, questa deve basarsi sulle eziologie più probabili sopra citate, sull’epidemiologia microbica locale (specie e profili di sensibilità più frequenti) e su eventuali patogeni precedentemente isolati dal CSF o da altri siti di infezione/ colonizzazione nello stesso paziente (1). In generale è raccomandata un’associazione di vancomicina più un betalattamico anti-pseudomonas (es. cefepime, ceftazidime o meropenem); nei pazienti con storia di grave allergia a betalattamici e in cui meropenem sia controindicato, e possibile sostituire gli stessi con aztreonam o ciprofloxacina (1).
Approccio mirato
La Tabella 1 illustra gli antimicrobici raccomandati in base al patogeno isolato e la loro sensibilità ai farmaci. Tuttavia, la scelta dei farmaci, della modalità di somministrazione e della posologia deve anche tener conto delle peculiarità farmacocinetiche/farmacodinamiche (PK/PD) degli antimicrobici nei vari comparti del SNC.
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Studi clinici adeguati che definiscano i target ottimali PK/PD degli antimicrobici nel LCR sono carenti. Pertanto, tali target sono prevalentemente estrapolati da studi relativi a infezioni gravi non del SNC, come nella sepsi o polmonite grave.
Idealmente, ai fini di una eradicazione dell’infezione, l’antimicrobico dovrebbe conseguire un quoziente inibitorio nel LCR (ratio concentrazione farmaco/ MIC del patogeno) di almeno 10 (1). Tuttavia, svariati fattori ostacolano l’ottenimento di questo target, per cui, secondo diversi autori, nella real-life lo stesso parametro potrebbe considerarsi adeguato anche se ≥2-4 (4).
Oltre alla nota restrizione della diffusione dei farmaci attraverso le barriere emato-liquorale (BEL) ed ematoencefalica (BEE), vanno considerati i seguenti fattori limitanti e di variabilità inter/intra-individuale dell’attività degli antimicrobici nei diversi distretti del SNC:
Ad esempio linezolid - che presenta MM 337 Da, coefficiente di ripartizione (partition coefficient, PC) 2.7, legame proteico (LP) 31% - raggiunge dopo infusione ev della dose standard ev di 600 mg/12h una concentrazione nel LCR pressoché sovrapponibile a quella del siero: AUCLCR/AUCS = 1.0±0.3 già dopo la prima dose, e = 0.8±0.3 allo steady state (SS) (7).
Fosfomicina ev, benchè idrofila (PC 0.001), grazie alle sue piccole dimensioni (MM 138 Da) e ad un basso legame proteico (<10%), raggiunge allo SS una diffusione liquorale soddisfacente (AUCLCR/AUCS =0.27) ed efficace se usata in dose piena (24 g/die, suddivisi in 3-4 somministrazioni), contro patogeni con MIC basse (≤ 8-16 mg/L) ed in combinazione con altri antimicrobici attivi (8).
In caso di molecole idrofile e/o di dimensioni maggiori, è difficile stimare l’attuale grado di flogosi della BEL e quindi di potenziale diffusione degli antibiotici nel SNC. Ad esempio la diffusione di meropenem (MM 383 Da, LP 2%) e vancomicina (MM 1.449 Da, PC <0.01, LP 55%), dopo infusione ev, è nel complesso bassa e mostra un’alta variabilità interindividuale. Ne consegue il rischio di una quota significativa di pazienti in cui la concentrazione liquorale dei farmaci, a seguito di dosi ev standard, rimane al di sotto della MIC del patogeno (Figura 1).
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Le possibili principali strategie per gestire le problematiche di cui sopra e ottimizzare l’efficacia terapeutica, specie nei confronti di patogeni farmacoresistenti, sono le seguenti (1):
Nella terapia sistemica:
Qualora, nonostante le possibili strategie di ottimizzazione terapeutica, il target PK/PD anzidetto non sia conseguibile con la sola terapia sistemica e/o la risposta terapeutica a quest’ultima non sia adeguata, può essere considerata, specie in presenza di germi MDR o dell’impossibilità di rimuovere il device, una somministrazione intraventricolare o intratecale di antimicrobici selezionati. Tale approccio presenta il vantaggio principale di consentire concentrazioni liquorali elevate dei farmaci non ottenibili con la sola infusione endovenosa. Tra le limitazioni: assenza di trials controllati e randomizzati, dosi e durata della terapia non ben stabilite, impiego generalmente off-label, rischio di tossicità locale, rischio di sovrainfezione dovuta alla manipolazione dei drenaggi per la somministrazione (1). Le raccomandazioni sono basate principalmente su studi PK/PD e su serie di casi clinici.
Una somministrazione intraventricolare di vancomicina di 10 mg ha determinato la persistenza di concentrazioni liquorali elevate (10 mg/L dopo 21 h) con buona tollerabilità (11).
Daptomicina, per le sue elevate dimensioni ed idrofilia (MM 1,621 Da, PC ≈ 0.00001), ed alto legame proteico (92%), presenta una ridottissima diffusione con concentrazioni liquorali inefficaci: dopo una dose ev di 10 mg/Kg in nove pazienti con meningite postneurochirugica si otteneva (medie): Cmax LCR=0.21 mg/L, ratio AUCLCR/AUCS =0.45, e di Cmax LCR/ Cmax S = 0.12 (12). Al contrario, una somministrazione intraventricolare di datptomicina alla dose di 5 mg/die consentiva 16h dopo la terza dose una concentrazione del LCR ventricolare ancora elevata (11 mg/L) e, associata a linezolid ev, una negativizzazione delle colture nella ventricolite da E. faecium resistente a vancomicina già dopo la prima dose (13).
Diversi lavori e reviews hanno dimostrato un’efficacia di colistina intraventricolare o intratecale (125.000- 500.000 UI/24h per una durata prevalente di 14- 21 gg), con soddisfacenti tassi di guarigione anche microbiologica, in meningiti e ventricoliti associate a device da A. baumannii, K. pneumoniae e P. aeruginosa MDR/XDR (5,14,15).
La combinazione di beta-lattamici anti-pseudomonas per via ev con gentamicina intratecale ha determinato una riduzione di recidiva delle ventricoliti rispetto alla terapia ev da sola (1). I farmaci utilizzati e le dosi iniziali consigliate per la terapia intra-ventricolare/tecale sono illustrati nella Tabella 2.

Da notare che le dosi e la loro frequenza, oltre che basate sul target PK/PD, sono anche funzione del volume ventricolare e dell’output giornaliero di LCR dai drenaggi. Le dosi successive alla prima dovrebbero idealmente essere adeguate in base al TDM (Ctrough) sul LCR (possibilmente prelevato dal sito di infezione) ed alla MIC del patogeno isolato.
Mancano trial randomizzati che definiscano la durata della terapia antimicrobica. Questa è variabile, ma generalmente pari a 10-14 gg, sebbene per diversi esperti vada protratta nelle infezioni da Gram-negativi a 21 giorni.
La durata dovrebbe comunque essere “ritagliata” sul singolo paziente, sulla base della risposta clinica e tollerabilità, delle alterazioni flogistiche iniziali del LCR e della loro normalizzazione, del profilo di sensibilità ai farmaci del patogeno, e della negativizzazione delle colture liquorali (1).
Ove non strettamente indicato, è preferibile evitare prelievi quotidiani di monitoraggio del LCR per limitare il rischio di sovrainfezione (1). Nei rari casi in cui la rimozione completa del device non sia possibile, potrebbe essere necessaria una terapia antimicrobica soppressiva a lungo termine (1).
Bibliografia