Sin dalla sua scoperta (1), il virus dell’epatite delta/D (HDV) è stato riconosciuto come un agente epatotropo difettivo che necessita della contemporanea presenza del virus dell’epatite B (HBV) per propagare l’infezione. Pur indipendente dall'HBV nella replicazione intracellulare, il virus necessita ed utilizza le glicoproteine di superfice di HBV (HBsAg) per circolare nel torrente ematico e per infettare nuovi epatociti.
Recenti studi hanno rivelato la presenza di sequenze Deltavirus simili in diverse specie del mondo animale in assenza di concomitante infezione da parte di virus della famiglia Hepadnaviridae (2,3), suggerendo la possibilità che altri virus possano supportare l’incapsidazione, la secrezione e la disseminazione di HDV anche nell’uomo. A prova di tale ipotesi, Perez-Vargas e coll. hanno dimostrato nel 2019 che l’HDV è in grado di incorporare glicoproteine del pericapside di virus non-epatotropi, dando origine a particelle virali in grado di infettare in vitro cellule dotate di specifici recettori (4); inopinatamente, l’HDV è risultato anche capace di incorporare mediante farnesilazione dell’antigene Delta large (HDAg-L) le glicoproteine E1 ed E2 del virus dell’epatite C (HCV), e nel modello animale l'ibrido HCV/HDV è stato in grado di sostenere la viremia di HDV, sebbene con efficienza ridotta rispetto al modello di co-infezione HBV/HDV (4). A fronte di questo riscontro sperimentale apparentemente rivoluzionario, ci si è ovviamente chiesti se esso potesse rappresentare una modalità inusitata di trasmissione dell’HDV nell’uomo. Ad oggi, tuttavia non ci sono solide conferme nel versante clinico.
Uno studio francese ha testato i campioni di plasma di donatori di sangue HBsAg-negativi/anti-HCV-positivi per la ricerca di anticorpi anti-HD; 41 su 2123 (1,9%) campioni testati sono risultati anti-HD-positivi, ma nessun campione è risultato HDV RNA-positivo (5). Risultati analoghi sono stati riportati da uno studio tedesco su una coorte di pazienti HBsAg-negativi/HCV RNA-positivi, con una prevalenza di anti-HD positività del 2,5% (8 su 316) (6). Anche in quest’ultimo studio, nessun paziente con anticorpi anti-HD è risultato HDV RNA-positivo. In entrambi gli studi la maggior parte dei soggetti anti-HD-positivi presentava marcatori di pregressa esposizione ad HBV (anticorpi diretti verso l’antigene core di HBV [anti-HBc]), suggerendo quindi una precedente co-infezione con i due virus. Al contrario, un recente studio di Chemin e coll. su una coorte di 160 pazienti venezuelani HCV RNA-positivi, ha identificato un caso di HDV RNA-positività in assenza di marcatori sierologici di HBV (7); non è stato tuttavia possibile escludere un’infezione occulta da HBV data la mancanza del rispettivo campione di tessuto epatico.
Sebbene da questi dati non si può né escludere né affermare con certezza che l’HCV possa contribuire alla propagazione di HDV nell’uomo, è verosimile che l’impatto clinico della scoperta di Perez-Vargas sia limitato; a differenza di quanto osservato in vitro o nel modello murino con fegato-umanizzato, le particelle HCV/HDV non sembrerebbero sufficientemente stabili nell’uomo per consentire un’efficace propagazione del virus e la trasmissione interumana dell’infezione. Tuttavia, i donatori di sangue non rappresentano il modello umano più appropriato per lo studio del chimerismo naturale dell’HDV con l’HCV, in quanto essi sono a basso rischio di duplice infezione HDV/HCV; il modello più idoneo potrebbe essere quello dei tossicodipendenti, notoriamente ad alto rischio non solo di infezione da HCV ma anche di HBV ed HDV.
Bibliografia