L’introduzione della cART ha diminuito drasticamente la morbilità e la mortalità legate all’AIDS trasformando la malattia da HIV/AIDS in una malattia cronica grazie alla riduzione dell’HIV-RNA a livelli non rilevabili ed all’aumento della conta dei linfociti CD4+ nel sangue periferico (1). Tuttavia, il 15-40% dei pazienti presenta un mancato aumento dei CD4+, nonostante una completa soppressione della replicazione virale: questi soggetti vengono definiti immunological non-responders (INRs).
Ad oggi non esiste una definizione univoca di INRs. Nel corso degli anni gli INRs sono stati descritti come quei soggetti che non hanno raggiunto soglie di CD4+ pre-definite (es. >200 o >250 o >350 o >400 o >500/mmc), nonostante l’utilizzo della terapia antiretrovirale.
Proprio in ragione della linfopenia CD4+ che li caratterizza, gli INRs presentano una grave disfunzione immunitaria, con aumentato rischio di morbilità e mortalità per eventi AIDS e non-AIDS (malattie cardiovascolari, tumori maligni non correlati all'AIDS, e disturbi neurocognitivi correlati all'HIV-1) rispetto a pazienti HIV+ che hanno raggiunto una completa ricostituzione immunitaria (2).
Diversi fattori sono stati associati alla genesi degli INRs. Il nadir dei CD4+ - il valore più basso di CD4+ - è il fattore più solidamente associato alla condizione di INR (3). Sotto un profilo più propriamente meccanicistico, il nadir CD4+ molto basso è indice di un importante danno immunitario.
Molteplici meccanismi immunopatogenetici sono emersi come rilevanti, ed includono ridotta emopoiesi e sintesi timica, persistente replicazione virale a basso titolo, sia in periferia che negli organi linfoidi, attivazione immunitaria aberrante, caratteristiche genetiche. Tuttavia, nessuno di questi fattori può spiegare indipendentemente e completamente l’incompleta ricostituzione dei CD4+ degli INRs, ed è altresì verosimile che la genesi sia multifattoriale e diversa da paziente a paziente.
Il ruolo del midollo osseo. Diversi studi supportano l’ipotesi che il mancato recupero immunitario negli INRs possa essere dovuto, almeno in parte, ad una disfunzione persistente del midollo osseo caratterizzata da un’alterata capacità clonogenica e funzionale delle cellule stromali (4).
Il ruolo della funzionalità del timo. Il mancato aumento della conta dei CD4+ negli INRs potrebbe essere parzialmente causato da un timo ipofunzionale: soggetti INRs hanno una ridotta dimensione del timo e bassi livelli di timopoietina, responsabile della maturazione dei linfociti T a livello del timo (3).
Il ruolo delle citochine omeostatiche. Interleuchina-2 (IL-2) ed IL-7 sono citochine essenziali per lo sviluppo e la proliferazione dei linfociti T. IL-2 sostiene la proliferazione e differenziazione T-linfocitaria ed IL-7 viene up-regolata in condizioni di linfopenia. La sua produzione potrebbe essere ridotta nei soggetti INRs, anche se diversi studi hanno mostrato che i livelli plasmatici di IL-7 negli INRs sono paragonabili a quelli dei pazienti che hanno una risposta immunitaria completa, suggerendo il mantenimento del loop compensatorio di IL-7 (Figura 1).
È stata osservata una riduzione dell’espressione di IL-7R sui CD4+ degli INRs rispetto a pazienti con una risposta immunitaria completa (5), così come una correlazione positiva tra la percentuale di cellule T CD4+ e quelle che esprimono IL7R.
Persistente iperattivazione immunitaria. L’infezione da HIV causa un continuo stato di attivazione e infiammazione immunitaria, la cui genesi è multifattoriale, e che viene solo parzialmente recuperata dalla cART. Gli INRs hanno un’iperattivazione linfocitaria paragonabile a quella dei pazienti che non hanno raggiunto la soppressione della carica virale, suggerendone quindi un ruolo patogenetico in questi pazienti (6).
Tra le cause responsabili dell’iperattivazione immune in HIV, e che quindi potrebbero essere alla base degli INRs, vi sono le co-infezioni virali (7) e la traslocazione microbica. Alti livelli plasmatici di lipopolisaccaride (LPS), un indicatore di traslocazione microbica, correlano con l’iperattivazione immunitaria e sono solo parzialmente ripristinati dalla cART. Pazienti INRs mostrano un trend verso livelli più alti di LPS che correlano con diversi marcatori di attivazione immunitaria (Figura 2A) (8).
I reservoirs di HIV. La cART non è in grado di eradicare il virus dell’HIV che persiste in forma latente nei cosiddetti reservoirs. Gli INRs presentano livelli più alti di DNA provirale nelle cellule T CD4+ totali, della memoria e naive rafforzando l’ipotesi che l’iperattivazione delle cellule T CD4+ dovuta all’HIV contribuisca al mancato recupero di CD4+ negli INRs (3) (Figura 2B).

Reservoirs di HIV sia nel sangue periferico che nell’intestino correlano negativamente con la ricostituzione dei CD4+, suggerendo che lo scarso recupero immunitario possa essere associato ad un aumento dei reservoirs tissutali di HIV.
Meccanismi immunoregolatori. Gli INRs presentano una riduzione significativa delle cellule T regolatorie, suggerendo che bassi livelli delle cellule T regolatorie, le quali non sono in grado di spegnere la risposta immunitaria, potrebbero in parte spiegare il fallimento del ripristino immunitario negli INRs.
Influenza genetica. Polimorfismi genetici coinvolti nell’omeostasi delle cellule T CD4+ potrebbero inficiare il recupero dei CD4+ in corso di cART. In una recente analisi multivariata, è stata trovata un’associazione tra il recupero della conta delle cellule T CD4+ e i polimorfismi nei geni che codificano il ligando che induce l’apoptosi correlato al TNF (10). Più varianti genetiche potrebbero essere coinvolte nella patogenesi della mancata ricostituzione immunitaria negli INRs.
A fronte di numerosi studi e sperimentazioni, ad oggi nessun approccio terapeutico si è mostrato significativamente associato ad un vantaggio per i pazienti INRs. In particolare, approcci di intensificazione terapeutica basati sulla aggiunta di farmaci antiretrovirali alla cART non hanno portato ad incrementi sostanziali della conta di CD4+ né ad una riduzione del rischio di mortalità e morbosità (11, 12). In maniera del tutto analoga, modificazioni della cART in pazienti con HIV RNA circolante non determinabile non hanno mostrato alcun reale vantaggio e non sono dunque raccomandati (13).
Per quanto riguarda le terapie (immuno)adiuvanti, due diversi approcci sono ipotizzabili sulla base della patogenesi degli INRs, e sono stati indagati: i) molecole a sostegno dell’omeostasi dei linfociti CD4+; ii) molecole in grado di ridurre l’iperattivazione/infiammazione sistemica, dunque potenzialmente preservando i CD4+ da eccessiva distruzione. Di seguito i principali dati ottenuti dalle sperimentazioni di entrambi gli approcci.
i) Molecole a sostegno dell’omeostasi dei linfociti CD4+. La prima molecola sperimentata nel trattamento immunoadiuvante degli INRs è interleuchina-2 (IL-2), citochina nota per il suo effetto di controllo sulla proliferazione e differenziazione T-linfocitaria. A fronte di iniziali dati derivanti da studi pilota su piccole coorti di INRs che indicavano l’efficacia di IL-2 in associazione a cART nel determinare un incremento della conta di CD4+ (14), con anche - secondo alcune casistiche - un vantaggio in termini di ripristino dell’immunità funzionale, tali effetti sono apparsi da subito temporanei, evidenti cioè subito dopo la somministrazione di IL-2, ma presto persi. Inoltre, i risultati dello studio randomizzato di Abrams et al, su oltre 1.500 pazienti, sebbene abbiano confermato l’efficacia di IL-2 nell’indurre l’espansione del comparto CD4+, ne hanno altresì chiaramente evidenziato l’inefficacia in termini di protezione verso lo sviluppo di eventi clinici, addirittura suggerendo un possibile incremento di eventi avversi (Tabella 1).

Un’altra citochina che potrebbe stimolare il ripristino della conta di CD4+ in pazienti INRs è IL-7, in virtù della sua azione pro-timopoietica e di sostegno verso l’omeostasi T-linfocitaria in periferia. A fronte di diversi studi che hanno mostrato l’efficacia di rh-IL-7 nell’incrementare la conta dei linfociti T della periferia, sussiste la preoccupazione di un effetto negativo di tale citochina nella riattivazione di HIV e nella amplificazione del reservoir (15).
ii) Molecole in grado di ridurre l’iperattivazione/infiammazione sistemica. Sebbene diversi approcci immunoadiuvanti siano stati sperimentati volti allo spegnimento dell’infiammazione residua, mancano studi randomizzati che ne valutino l’efficacia in coorti di INRs, anche in considerazione delle perplessità nel proporre un approccio immunosoppressivo a questa specifica categoria di pazienti.
Da ultimo, nella gestione degli INRs occorre intervenire su eventuali fattori clinici o iatrogeni modificabili che possano costituire una concausa della CD4+ linfopenia. In particolare, visto il ruolo delle co-infezioni da virus epatici, e l’efficacia delle più moderne terapie anti-HCV nell’eradicazione dell’infezione senza peraltro esercitare l’effetto leucopenizzante proprio dei regimi basati su interferone, i pazienti INRs dovrebbero essere candidati privilegiati al trattamento delle co-infezioni epatiche.