La retorica della resilienza in Africa: c’è un limite?

Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la...

Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità
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N.3 - 2026
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Editoriale
La retorica della resilienza in Africa: c’è un limite?

Don Dante Carraro1, Giovanni Putoto2
1Direttore di Medici con l’Africa Cuamm; 2Responsabile della Programmazione e Ricerca operativa di Medici con l’Africa Cuamm
 

Serve un progetto comune fondato sulla solidarietà, la giustizia e sulla collaborazione tra popoli e nazioni perché l’Africa non sia costretta a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità

fig1Negli ultimi anni la parola “resilienza” è diventata una delle più utilizzate per descrivere l’Africa. Resilienti sono le comunità che sopravvivono a guerre e sfollamenti. Resilienti sono i sistemi sanitari che continuano a funzionare nonostante la scarsità di risorse. Resilienti sono le famiglie che affrontano siccità, epidemie, aumento dei prezzi alimentari e perdita dei mezzi di sussistenza.

La resilienza è certamente una realtà. Chi lavora da anni accanto alle popolazioni africane conosce la straordinaria capacità delle persone di adattarsi alle difficoltà, di ricostruire relazioni e attività economiche dopo una crisi, di mantenere viva la speranza anche nelle situazioni più avverse.

Ma proprio perché la resilienza esiste, è necessario interrogarsi su un rischio sempre più evidente: che essa venga data per scontata.

Negli ultimi cinque anni il continente africano ha dovuto affrontare una successione quasi ininterrotta di shock. La pandemia da COVID-19, gli effetti economici della guerra in Ucraina, l’aumento del debito pubblico, gli eventi climatici estremi, la crescita dell’insicurezza alimentare, i conflitti armati nel Sahel, nel Corno d’Africa, in Sudan e nella regione dei Grandi Laghi hanno messo sotto pressione governi, istituzioni e comunità locali.

A questi fattori si aggiunge una progressiva riduzione dell’attenzione politica e finanziaria verso la cooperazione internazionale e la salute globale. Molti programmi di aiuto vengono ridimensionati proprio mentre aumentano i bisogni e cresce il numero delle persone vulnerabili.

Di fronte a questo scenario emerge una domanda inevitabile: fino a che punto è possibile continuare a fare affidamento sulla resilienza delle popolazioni senza affrontare le cause profonde della fragilità?

La resilienza non può diventare un alibi per l’inazione. Non può sostituire gli investimenti. Non può compensare indefinitamente l’assenza di servizi essenziali, di opportunità educative, di lavoro dignitoso, di sistemi sanitari funzionanti e di istituzioni solide.

L’esperienza di Medici con l’Africa Cuamm, maturata in oltre settant’anni di presenza nel continente, mostra come le crisi non siano mai soltanto emergenze temporanee. Esse mettono in luce problemi strutturali che richiedono risposte di lungo periodo. La salute ne rappresenta un esempio emblematico.

Durante le epidemie di HIV, Ebola, COVID-19, Marburg o colera, molte comunità hanno dimostrato una straordinaria capacità di mobilitazione. Tuttavia, nessuna resilienza comunitaria può sostituire la necessità di personale sanitario formato, laboratori efficienti, sistemi di sorveglianza epidemiologica, reti di approvvigionamento affidabili e strutture sanitarie accessibili.

Lo stesso vale per la sicurezza alimentare. Le famiglie possono adattarsi a raccolti insufficienti o a eventi climatici estremi, ma senza investimenti in agricoltura, accesso all’acqua, innovazione e mercati funzionanti, il rischio è che la resilienza si trasformi progressivamente in impoverimento.

Occorre quindi un cambio di prospettiva. Più che celebrare la resilienza, dovremmo chiederci come rafforzare le condizioni che la rendono sostenibile nel tempo. Questo significa investire nelle persone, nelle comunità e nelle istituzioni. Significa sostenere la formazione di una nuova generazione di professionisti, ricercatori, amministratori e leader locali. Significa accompagnare i governi africani nel rafforzamento dei sistemi pubblici, a partire dalla salute e dall’educazione.

Significa anche riconoscere che le sfide del continente non riguardano soltanto l’Africa. Le epidemie, i cambiamenti climatici, le migrazioni forzate, l’insicurezza alimentare e le disuguaglianze crescenti sono questioni globali che richiedono responsabilità condivise. In un mondo sempre più interdipendente, la resilienza non può essere considerata una caratteristica esclusiva di alcune popolazioni chiamate a sopportare ciò che altri non sopporterebbero. Deve diventare un progetto comune fondato sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla cooperazione tra popoli e nazioni. L’Africa continua a offrire al mondo una lezione straordinaria di capacità di resistere e di ricominciare. Ma la vera sfida per il futuro non è verificare quanto le persone siano resilienti. È costruire le condizioni affinché non siano costrette a esserlo oltre ogni limite. Perché la resilienza è una risorsa preziosa. Ma nessuna società dovrebbe essere chiamata a vivere permanentemente al confine delle proprie possibilità.

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