L’infezione occulta da virus dell’epatite B (HBV) è caratterizzata dalla persistenza di genomi di HBV nel fegato (in presenza o in assenza di HBV DNA nel sangue) di soggetti negativi per l’antigene “s” dell’HBV (HBsAg) (1), ricercato attraverso i comuni test commerciali.
In accordo con le linee guida internazionali (2), l’infezione occulta da HBV (OBI) rappresenta una delle fasi della storia naturale dell’infezione cronica da HBV (Figura 1) (2). Tale fase è caratterizzata da una forte soppressione dell’attività replicativa e dell’espressione genica dell’HBV con conseguente produzione di bassissimi livelli di particelle virali (3).

Importanti evidenze indicano che l’abbattimento delle attività virali, in corso di OBI, è legato sia ad un efficiente controllo dell’infezione da parte della risposta immunitaria cellulo-mediata HBV-specifica che al controllo epigenetico di quella forma molecolare del ciclo replicativo virale che funge da stampo per tutti i trascritti virali ossia del cosiddetto DNA “circolare covalentemente chiuso” (cccDNA) dell’HBV contenuto nel nucleo della cellula in forma di minicromosoma (4-6).
La soppressione dell’attività replicativa in corso di OBI comporta che l’HBV DNA sierico, quando rilevabile, presenti livelli viremici estremamente bassi (<200 IU/mL) (1). Pertanto, per una corretta diagnosi di OBI, la determinazione dell’HBV DNA nel tessuto epatico viene ad essere considerata il gold standard (1).
Importanti evidenze epidemiologiche dimostrano che l’OBI è largamente diffusa nel mondo (1), e che tale infezione può avere un importante impatto clinico (1). L’OBI, difatti, può
Nonostante siano stati condotti moltissimi studi sull’OBI, svariati aspetti di questa peculiare infezione rimangono dibattuti e poco definiti, inclusa la sua diffusione epidemiologica.
Sulla rivista The Lancet Gastroenterology & Hepatology, Im YR e colleghi (7) hanno pubblicato una revisione sistematica della letteratura con meta-analisi sulla prevalenza dell’OBI, valutata sia su scala globale che regionale, in specifici gruppi di popolazione adulta. Lo studio (7) si è anche proposto di:
Im YR e colleghi (7) hanno valutato 3.962 articoli, e sulla base di stretti criteri di inclusione hanno effettuato una metanalisi su 305 lavori, da cui sono stati estrapolati 375 distinti studi di coorte, consentendo di valutare un totale di 140.521.993 individui HBsAg-negativi, tutti testati per HBV DNA (Figura 2). Gli Autori (7) concludono che non è stato possibile stimare appropriatamente la prevalenza su base globale e/o regionale dell’OBI a causa di diversi fattori, tra cui:
Tuttavia, attraverso l’analisi dei sottogruppi, Im YR e colleghi (7) hanno potuto dimostrare che l’OBI è ad alta prevalenza nelle popolazioni che vivono in Paesi dove l’HBV è altamente endemico (HBsAg≥5.0%), e nei gruppi di popolazione ad alto rischio d’infezione, ossia in soggetti infettati dall’HIV o dall'HCV ed in pazienti emodializzati. È di particolare interesse il dato che dimostra che l’alta prevalenza in tali gruppi è indipendente dall’endemicità dell’HBV nei Paesi di residenza dei gruppi stessi. Inoltre, gli Autori (7) riportano che nel 90% (336/375) degli studi valutati, la diagnosi di OBI era stata eseguita analizzando il siero/plasma e che solo in circa il 10% (36/375) di essi era stato analizzato il tessuto epatico. Pertanto, la prevalenza aggregata dell’OBI era pari allo 0,09% (95%CI: 0,07-0,11) quando ad essere analizzato era stato il siero o il plasma e pari al 34,8% (95%CI: 27-43) quando era stato valutato il tessuto epatico. Tali dati, pertanto, indicano come la prevalenza dell’OBI sia stata sottostimata nella gran parte degli studi che hanno utilizzato il siero o il plasma per la ricerca dell’HBV occulto.
Gli Autori (7) sottolineano anche che le stime di prevalenza aggregata dell’OBI possono essere state inficiate dalla sensibilità dei vari test diagnostici utilizzati. Difatti, la combinazione di metodiche altamente sensibili per la rilevazione dell’HBV DNA con test per l’HBsAg a bassa sensibilità può aver incrementato in maniera rilevante le stime di prevalenza dell’OBI. Sono di particolare interesse i dati che dimostrano come la prevalenza dell’OBI fosse inferiore a 0,1% (95%CI: 0,0-0,0), pari a 3,2% (95%CI: 2,9-3,5) e pari a 4,4% (95%CI: 1,7-8,1) quando l’HBsAg era analizzato utilizzando, rispettivamente, test immunologici in chemiluminescenza (metodiche CLIA), test immunoenzimatici (test ELISA), o test radioimmunologici (test RIA). Questi dati indicano che molti soggetti HBV-positivi possono non essere identificati a causa dell’utilizzo di test per l'HBsAg poco sensibili. Inoltre, attraverso l’analisi dei sottogruppi di popolazione, gli Autori (7) hanno dimostrato che la prevalenza dell’OBI era inferiore allo 0,1% (95%CI: 0,0-0,0) negli studi che valutavano i soggetti HBsAg-negativi indipendentemente dallo status sierologico degli anticorpi anti-HBc, ed era pari al 9,9% (95%CI: 7,9-12,2) negli studi che specificamente analizzavano individui HBsAg-negativi ed anti-HBc positivi, confermando così la forte associazione tra l’OBI e la positività per gli anti-HBc. Tuttavia, l’analisi dei dati aggregati di sensibilità (77%; 95%CI: 62-88) e specificità (76%; 95%CI: 68-83) ha dimostrato che la performance degli anti-HBc nell’identificare l’OBI è subottimale (Figura 3).

Questi risultati hanno, quindi, portato gli Autori (7) a concludere che gli anticorpi anti-HBc sono un marcatore inaccurato nel discriminare i soggetti positivi da quelli negativi per OBI, mettendo in guardia dall’uso degli anti-HBc quale singolo biomarcatore per lo screening dei donatori di sangue, e ciò anche nei Paesi a basso reddito. Lo studio di Im YR e colleghi (7) evidenzia chiaramente che l’OBI rimane, quindi, una condizione sottostimata e sottovalutata, nonostante la sua ampia prevalenza in specifiche aree geografiche e in sottogruppi di individui. Secondo gli Autori (7) ciò sarebbe imputabile alla mancata disponibilità di test, sia molecolari che sierologici, specifici per la diagnosi di OBI, ed anche al fatto che i test in atto disponibili per la rilevazione dell’HBV DNA e dell’HBsAg continuano ad essere molto costosi e pertanto inaccessibili per i Paesi a basso reddito, che peraltro sono anche i Paesi a più alta endemia per l'HBV. Tale mancanza, oltre ad incidere significativamente sulla impossibilità di poter giungere ad una precisa definizione della diffusione epidemiologia dell’OBI, ha anche un rilevante impatto clinico. Difatti, soggetti con OBI che potenzialmente possono trasmettere l’infezione o andare incontro a riattivazione dell’HBV e sviluppare malattia epatica, possono rimanere non diagnosticati con i test di screening in atto disponibili.
Le linee guida dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indicano l’utilizzo dei Rapid Diagnostic Tests (RDT) per la determinazione dell’HBsAg ai fini diagnostici (8). Tuttavia, nessuno di questi test rapidi presenta la sensibilità analitica richiesta dall’Unione Europea e definita nelle Common Technical Specifications (es. limite di rilevabilità ≤0.130 IU/mL per lo screening dei donatori di sangue) (9). Difatti i limiti di rilevazione degli RDT sono da 50- a 100-volte più alti rispetto ai test EIA a marchio CE (8). Nel 2016, la World Health Assembly ha adottato l’obiettivo della WHO Global Health Sector Strategy on Viral Hepatitis (WHO-GHSS) al fine di eliminare le infezioni da virus epatitici, considerate una minaccia per la salute pubblica mondiale (10). La WHO-GHSS prevede di giungere ad una riduzione del 90% di nuovi casi di infezioni e ad una riduzione del 65% di morti entro il 2030 rispetto alle stime del 2015 (10). Considerando le attuali evidenze cliniche ed epidemiologiche concernenti l’OBI, sarebbe auspicabile che i piani dell’OMS di eliminazione dell’infezione da HBV considerassero anche l’OBI quale problematica di salute pubblica mondiale. Sarebbe pertanto urgente incrementare l’accesso ai test diagnostici più sensibili per la rilevazione dell’HBV DNA e dell’HBsAg e promuovere lo sviluppo e l’utilizzo di marcatori surrogati poco costosi per l’identificazione dell’OBI. Difatti, l’OBI essendo una riserva non identificata d’infezione da HBV può rappresentare un serio ostacolo al raggiungimento, entro il 2030, degli obiettivi strategici della WHO-GHSS.