La diagnosi precoce dell’infezione da HIV presenta dei benefici sia per il singolo individuo, in quanto permette il tempestivo inizio della terapia antiretrovirale di combinazione (cART) con riduzione della mortalità e morbilità HIV-relate e conseguente allungamento dell’aspettativa di vita dei soggetti HIV-positivi, sia per la salute pubblica, perché la conoscenza del proprio stato di HIV positività comporta l’assunzione di comportamenti sessuali consapevoli. Con l’abbattimento della carica virale a seguito dell’inizio della cART si riduce, inoltre, la trasmissibilità dell’infezione (programma UNAIDS 90-90-90 per il controllo dell’epidemia a livello globale entro il 2020) (1-2).
Recentemente, lo studio Partner 2 ha dimostrato che le persone HIV positive in terapia antiretrovirale e con carica virale plasmatica non determinabile (HIV-RNA <50 copie/ml) non trasmettono l’infezione ai propri partner sessuali (3). Da qui l’affermazione ormai diffusa in tutto il mondo di U=U (undetectable=untransmittable), e il couselling in tal senso da parte di tutta la comunità scientifica.
Purtroppo però in Europa circa il 50% dei casi di infezione da HIV sono diagnosticati tardivamente (CD4 <350 cellule/mmc) e proprio tali persone sono la maggior fonte di contagio (4).
In Italia, dai dati della coorte ICONA, circa il 60-65% delle persone con infezione da HIV arriva alla diagnosi con conte di CD4 < 350 cellule/mmc e purtroppo tale percentuale non si è modificata negli anni (5).
Una possibile strategia per fare emergere questi casi sommersi è rappresentata dall’offrire il test a pazienti affetti da patologie “suggestive” di infezione da HIV.
Un importante documento stilato dal gruppo di clinici europeo “HIV in Europe” (HIV Indicator Conditions: Guidance for Implementing HIV Testing in Adults in Health Care Settings, 2012) (6) ha infatti evidenziato diversi tipi di patologie che possono essere correlabili alla presenza di infezione di HIV, e per le quali, quindi, è indicato eseguire un test per la ricerca di infezione da HIV:
Una survey eseguita dal gruppo ha evidenziato come in tali patologie la presenza di infezione da HIV abbia una prevalenza superiore allo 0.1%, che è la prevalenza dell’infezione da HIV nell’Europa occidentale.
In questo contesto e con queste premesse nasce lo studio ICEBERG (HIV screening tests beyond the target), che ha come obiettivo l’offerta del test per HIV (e il trattamento antiretrovirale in caso di HIV sieropositività come da Linee guida), a tutti i pazienti afferenti alle UOC di malattie infettive, ematologia, oncologia, neurologia, dermatologia, gastroenterologia, ginecologia, terapia intensiva, della ASST Santi Paolo e Carlo, ricoverati (degenza ordinaria e giornaliera), e laddove ritenuto possibile ai pazienti afferenti agli ambulatori delle stesse UOC affetti dalle cosiddette “HIV Indicator Conditions” (Tabella 1) (patologie in cui è stata confermata una prevalenza di infezione da HIV superiore allo 0.1%, nel nostro setting epidemiologico di Europa Ovest).
I risultati preliminari di questo studio, presentati al congresso ICAR di Milano (7), sono sorprendenti: sono stati studiati 332 soggetti che hanno effettuato il test per HIV in quanto portatori di almeno una condizione indicativa di infezione da HIV e 8 (2.4%) sono risultati HIV-positivi. Se si escludono le donne in cui è stato eseguito il test per HIV in quanto in gravidanza (166 donne), nelle quali non è stato riscontato nessun caso di infezione da HIV, la percentuale di HIV positivi sui testati sale al 4.8% (8/166) (Tabella 2).
Ovviamente tali dati sono del tutto preliminari, non si può escludere un bias di selezione né che siano stati sottoposti al test soggetti che avevano dichiarato in partenza dei comportamenti a rischio; inoltre il numero di testati per singola patologia è ancora basso e non si possono trarre conclusioni su patologie indicative specifiche. Tali dati però costituiscono un campanello d’allarme. Infatti, non possiamo parlare di diagnosi precoci, in quanto in solo due casi si trattava di infezione recente da HIV e le conte dei linfociti CD4 erano molto basse (CD4 < 200 cellule/ mmc) in almeno 5/8 soggetti.
Il risultato dell’indagine, però, conferma la necessità di eseguire il test per HIV in pazienti afferenti alle strutture di cura e portatori di patologie suggestive di possibile infezione da HIV.

Bibliografia