Negli ultimi anni, l’incidenza dell’HIV in Italia ha mostrato una sostanziale stabilità, con un numero di nuove diagnosi che nel 2024 si è attestato a 2.379 casi, pari a 4.0 per 100.000 residenti. Pur inferiore alla media dell’Europa occidentale (circa 5.9/100.000), questo valore segnala una circolazione persistente del virus e impone di rafforzare le politiche di prevenzione e diagnosi precoce. Il sistema di sorveglianza nazionale, coordinato dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità, continua a fornire indicatori affidabili per orientare gli interventi e valutarne l’efficacia (1).
L’Italia mantiene un’incidenza inferiore alla media dell’Europa occidentale (4.0 vs 5.9 per 100.000 nel 2024), mentre i Paesi dell’Europa orientale continuano a riportare tassi significativamente più elevati (con valori che in diversi contesti superano 15/100.000) (2).
Le differenze riflettono eterogeneità nell’accesso ai test, diversa frequenza delle modalità di trasmissione, persistenza dello stigma e copertura terapeutica variabile. Il confronto con l’Europa suggerisce che l’Italia può perseguire ulteriori riduzioni attraverso la piena implementazione di strumenti efficaci (TASP=treatment as prevention, PrEP, test mirati), una maggiore capillarità dei servizi e campagne informative continuative.
L’incidenza delle nuove diagnosi è scesa da 6.5/100.000 nel 2012 a 3.5/100.000 nel 2020 (-46%), per poi risalire lievemente nel 2021-2023 (3.8-4.1/100.000) e stabilizzarsi nel 2024 (4.0/100.000) (Figura 1).

Tale andamento riflette l’effetto combinato di terapie antivirali sempre più efficaci, il miglioramento del linkage‑to‑care e in parte anche variazioni comportamentali e di accesso ai servizi legate alla pandemia da Covid-19. L’analisi per età evidenzia una quota non trascurabile di diagnosi tra gli under 30 (circa 20%), che richiede percorsi educativi mirati e un’offerta di test accessibile e friendly per giovani e giovani adulti. Va sottolineato inoltre l’aumento costante della quota di nuove diagnosi in ultracinquantenni, che è passata da 18% nel 2012 al 31% nel 2024.
La trasmissione sessuale è responsabile dell’87.6% delle nuove diagnosi: il 46.0% avviene per via eterosessuale (27.9% maschi e 18.1% femmine) e il 41.6% riguarda maschi che fanno sesso con maschi (MSM) (Figura 2).
L’uso di sostanze iniettabili contribuisce per il 3.8% e le altre modalità restano marginali. Questo profilo conferma la transizione epidemiologica rispetto agli anni ’90, quando la tossicodipendenza era la principale via di contagio, e indica che le strategie di prevenzione devono concentrarsi sui comportamenti sessuali, sulla promozione del test HIV e sulla disponibilità di servizi ad accesso tempestivo.
Le nuove diagnosi che coinvolgono persone straniere rappresentano circa il 30% del totale annuale, con provenienze prevalenti dall’Africa subsahariana e dall’Europa orientale.
Confrontando i dati 2024 rispetto al 2019, si è osservato un aumento del +20% di nuove diagnosi in stranieri a fronte di una riduzione del -17% in italiani. Tra gli stranieri, la quota di diagnosi tardive supera il 65%, segnalando la probabile presenza di barriere linguistiche, amministrative e culturali, e in alcuni casi anche un accesso diseguale ai servizi di prevenzione e cura. Percorsi dedicati – mediazione culturale, counselling in lingua, semplificazione degli accessi, coinvolgimento delle comunità – possono ridurre i ritardi diagnostici e migliorare gli esiti clinici.
Circa il 60% delle nuove diagnosi avviene in fase avanzata (late presenter). La proporzione di presentazioni tardive è più alta tra gli eterosessuali maschi (66.5%) rispetto alle eterosessuali femmine (61.0%) e agli MSM (53.2%). Circa un quarto delle persone che hanno scoperto di essere HIV positive nel 2024 era già in fase AIDS. Il ritardo diagnostico compromette la prognosi individuale in quanto le terapie antivirali risultano meno efficaci, aumenta la probabilità di trasmissione inconsapevole e determina un maggior carico assistenziale: ricoveri più lunghi, necessità di profilassi opportunistiche e percorsi clinici complessi. Ridurre la quota di diagnosi tardive è quindi un obiettivo prioritario di sanità pubblica.
Le diagnosi tardive comportano costi sanitari più elevati rispetto alle diagnosi precoci: maggior numero di esami, terapie per infezioni opportunistiche, ricoveri e follow‑up intensivi. La letteratura internazionale suggerisce che ogni punto percentuale di riduzione delle diagnosi tardive può tradursi in risparmi significativi per il sistema, liberando risorse da reinvestire in prevenzione e presa in carico. In parallelo, l’adozione estesa della PrEP, se ben indirizzata alle popolazioni ad alto rischio, può risultare costo‑efficace nel medio termine, riducendo nuove infezioni e, quindi, costi futuri di trattamento.
Oltre il 95% delle persone in terapia antiretrovirale raggiunge la soppressione virologica, traducendo il principio U=U (Undetectable = Untransmittable) in benefici clinici e di sanità pubblica, nello specifico: riduzione delle infezioni secondarie, minor carico sulle strutture ospedaliere e migliore qualità di vita. La piena valorizzazione dell’U=U dipende dalla diagnosi precoce e dall’adesione terapeutica: pazienti diagnosticati e trattati tempestivamente raggiungono più rapidamente la soppressione della carica virale, riducendo pertanto anche la finestra di potenziale contagiosità. Un counselling attento va rivolto alle persone con HIV in soppressione virale al fine di informare chiaramente sulla possibilità di trasmissione di altre infezioni trasmesse per via sessuale, a parte l’HIV, qualora decidano di non utilizzare il preservativo.
Da quanto osservato attraverso i dati del sistema nazionale di sorveglianza delle nuove diagnosi da HIV, emergono alcune raccomandazioni.
Promozione del test HIV: incrementare l’offerta di test rapidi in contesti non ospedalieri, nelle città e nelle aree periferiche, includendo check point, servizi serali e durante il weekend; incrementare l’opt-out testing (effettuazione del test a tutti gli utenti a meno di rifiuto esplicito da parte della persona) in setting ad alta prevalenza di HIV, quali i centri per le infezioni sessualmente trasmesse, i servizi per le dipendenze, i centri per la tubercolosi, ecc.; incoraggiare l’auto‑test associato a percorsi di counselling e linkage‑to‑care.
Educazione nelle scuole: inserire nei curriculum scolastici moduli onnicomprensivi per l’educazione all’affettività ed alla salute sessuale.
Assistenza multidisciplinare: coinvolgere i servizi territoriali per creare reti di assistenza rivolte ai giovani, attivare percorsi di invio rapidi agli ambulatori infettivologici, attivare servizi multidisciplinari finalizzati a monitorare e assistere le multimorbilità delle persone con HIV in età avanzata.
Comunicazione non stigmatizzante: implementare campagne rivolte agli over 50 eterosessuali, agli MSM e ai giovani sotto i 30 anni; fornire informazioni in lingua per comunità straniere; utilizzare i canali digitali e social.
Il quadro epidemiologico italiano HIV al 2024, con un’incidenza di 4.0 nuove diagnosi per 100.000 abitanti e una maggioranza di trasmissioni per via sessuale (87.6%), evidenzia risultati significativi rispetto alla media europea, ma lascia aperta la criticità delle diagnosi tardive (circa 60%). L’obiettivo realistico è di ridurre tale incidenza attraverso attività di prevenzione combinate: promuovendo l’educazione all’affettività e al sesso sicuro, agevolando l’offerta del test HIV, implementando i servizi sanitari multidisciplinari a libero accesso e investendo fortemente nella comunicazione.