Nonostante i progressi significativi nelle tecnologie diagnostiche (radiologiche e microbiologiche) e nelle strategie terapeutiche (regimi brevi per trattamento dell’infezione tubercolare e della malattia), la tubercolosi (TB) rimane una sfida anche nei Paesi ad alto reddito e bassa incidenza. I ritardi diagnostici e terapeutici dovuti a determinanti sociali,
mancanze cliniche o inefficienze organizzative (es. l’assenza di reti strutturate per l’invio ai centri di riferimento) continuano a generare morbidità e mortalità, trasmissione del Mycobacterium tuberculosis e costi sanitari evitabili. Durante e dopo la pandemia da SARS-CoV-2, il calo degli screening e i ritardi nella diagnosi hanno portato a un aumento dei casi e della loro gravità, rallentando i progressi epidemiologici ottenuti in precedenza.
Una quota significativa di persone che vivono con la TB si presenta in forma subclinica, con assenza di sintomi e sole alterazioni radiologiche con più o meno positività micobatteriologica, contribuendo così al ritardo diagnostico.
L’identificazione precoce dei pazienti consente di prevenire la progressione della malattia e di ridurne la diffusione. Nei contesti a bassa endemia, lo screening universale non è economicamente sostenibile, mentre lo screening mirato delle popolazioni a rischio (es. migranti, persone senza dimora, persone che vivono con HIV-PLWH, contatti) rappresenta la strategia più efficace. Tra questi gruppi, i migranti da Paesi ad alta incidenza presentano vulnerabilità specifiche come barriere linguistiche, sociali e amministrative, oltre allo stigma, che possono ritardare ulteriormente la diagnosi.
Per ridurre i tempi che intercorrono tra l’insorgenza del sospetto clinico, la diagnosi e l’inizio di un trattamento adeguato, è essenziale che i casi sospetti vengano tempestivamente inviati ai centri di riferimento. In contesti a bassa incidenza, infatti, percorsi diagnostici frammentati o sequenziali possono ritardare inutilmente la conferma diagnostica e la presa in carico del paziente. Inoltre, il follow-up e la terapia della TB non terminano al completamento della terapia antitubercolare, ma il continuum of care prosegue per individuare precocemente eventuali recidive di malattia e il post-tubercular lung disease (PTLD), che si estrinseca nei danni strutturali e funzionali polmonari e necessita di interventi puntuali specialistici (es. sindromi ostruttive→broncodilatatori e fisioterapia respiratoria).
Nei Paesi a bassa incidenza, il riconoscimento tempestivo dei casi sospetti e il loro invio ai centri di riferimento, dove si concentrano competenze e risorse, consentono di abbreviare i tempi di diagnosi e avvio della terapia.
Screening mirati, percorsi diagnostici ottimizzati e contact tracing efficace restano strumenti fondamentali per ridurre la trasmissione e avanzare concretamente verso l’eliminazione della tubercolosi in Italia.