
Un uomo di 56 anni, fumatore (20-30 sigarette al giorno) lamenta da settembre 2024 l’insorgenza di diarrea progressiva e cronica. A gennaio 2025 viene sottoposto a ileocolonscopia, che rileva poche afte a livello dell’ileo terminale e iperemia focale nel sigma.
L’istologico delle biopsie depone per una verosimile malattia infiammatoria cronica intestinale, con flogosi cronica discontinua, più indicativo pertanto per malattia di Crohn.
Il paziente viene sottoposto a terapia con prednisone alla dose di 50 mg al giorno per 2 settimane e successivo scalare, ma il beneficio clinico è del tutto limitato.
A marzo 2025 il paziente riporta un peggioramento clinico (15-20 evacuazioni al giorno, profondo malessere, febbricola; agli esami ematici emerge anemia microcitica), il paziente viene ricoverato presso il PS e poi presso il Reparto di Gastroenterologia in un diverso ospedale.
Viene ripetuta una colonscopia che rileva ileo terminale regolare. A livello della valvola ileociecale si osserva un’ulcera di 15 mm a margini lievemente rilevati. Il colon destro, trasverso e discendente sono sostanzialmente regolari, mentre nel sigma si osserva un’ulteriore ulcera e nel retto alcune erosioni (Figura 1).
Alla luce del dato precedente l’interpretazione è di una malattia di Crohn a localizzazione ileocolica, con attività endoscopica moderata (SES-CD = 12) e steroidodipendenza (necessità di un secondo ciclo di terapia entro i 6 mesi dal primo ciclo con steroidi), pertanto il paziente viene sottoposto ad esami di screening pre-biotecnologico.
Tuttavia l’esame istologico effettuato in corso di endoscopia rileva nel sigma e nel retto infezione colica da Spirochete e l’immunoistochimica è positiva per CMV. Tra gli esami di screening pre-biotecnologico emerge una positività per HIV. Come esami di approfondimento di rileva positività della viremia per CMV ed esame TPHA (Treponema Pallidum Hemagglutination Assay) fortemente positivo (1:2560).
Appare pertanto controindicato l’inizio di una terapia con biotecnologico ed il paziente inizia terapia con diaminopenicillina 2.400.000 U al giorno, con miglioramento sintomatologico, viene inoltre riferito agli Infettivologi per intraprendere un’adeguata terapia antiretrovirale.
Questo caso clinico dimostra che le diagnosi non devono essere date per scontate, che patologie coliche diverse possono presentare aspetto e manifestazioni del tutto simili, e condizioni infettive possono essere confuse con forme infiammatorie, ma le rispettive terapie possono condizionare esiti potenzialmente infausti in caso di errore clinico (1-3).
Si ringraziano Marco Daperno, Edoardo Carboni, Francesco Maria Stalla, Marco Mendolaro, SC Gastroenterologia, AO Ordine Mauriziano di Torino.